venerdì 22 gennaio 2021

Nessuna Commissione dei Diritti Umani in Italia

 


Esiste un vulnus nella nostra democrazia: e molti di noi non lo sanno!
Da 27 anni (20 dicembre 1993: Risoluzione n. 48/134 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite) ci siamo impegnati ad istituire una Commissione Nazionale indipendente sulla tutela dei diritti umani e, in sette legislature, il nostro Parlamento non è riuscito neanche a portare in Commissione uno straccio di proposta.
Sono ben 114 i Paesi nel mondo che hanno dato seguito all’impegno formalmente assunto in sede di Onu: l’Italia no!
Una situazione incredibile, incresciosa, poco conosciuta, che getta discredito sulla reputazione del Paese ma anche di noi tutti italiani.
Come è potuto succedere?
Le ipotesi sono molteplici: l’esistenza sempre di altre priorità; la sottostima dell’importanza della problematica; il mantenimento dello status quo che affida ad una frastagliata mappa di organismi, pubblici e privati, la difesa dei diritti umani; un sostanziale snobismo da consolidati democratici su un tema che diamo per scontato.
La questione è ritornata, finalmente, non sulle prime pagine dei giornali, ma comunque sui media nazionali in quanto esiste in Parlamento una proposta di legge PD-M5S, a firma dei deputati Quartapelle, Brescia e Scagliusi che il Presidente della Camera Fico ha dichiarato di voler portare in aula entro questo mese di gennaio 2021.
Dopo 27 anni di “melina” politica (la Lega ancora ultimamente ha presentato una lunga serie di emendamenti per bloccare il tentativo di eseguire finalmente l’impegno solenne assunto in sede Onu nel 1993!) pare che il Parlamento, grazie anche ad una petizione di Europa+ (Bonino e Della Vedova) che ha raccolto 1400 firme, si sia finalmente deciso a far emanare la legge entro tempi brevissimi.
A cosa servirebbe questa Commissione?
Principalmente a dare assistenza alle vittime di violazione dei diritti umani e, nel contempo, a vigilare sull’applicazione, nella legislazione nazionale, dei principi previsti dalla Carta Europea per i diritti fondamentali e da altri trattati aventi contenuti analoghi.
Siamo davvero un Paese bizzarro: da un lato, giustamente, ci scandalizziamo per il comportamento di altre nazioni, come il caso Egitto sull’assassinio di Regeni o come il caso Ungheria di continua erosione dell’indipendenza della magistratura e dall’altro, o perché ignoranti o, peggio, perché consapevoli, non diamo seguito ad un impegno assunto nella sede internazionale più autorevole come quella delle Nazioni Unite.
L’Italia si sta giocando una grossa fetta di credibilità su questo dossier.
Di che cosa si occuperebbe questa fantomatica Commissione?
Gli esempi sono molteplici: vigilerebbe sulla gestione delle carceri, sulle questioni in materia di migranti e potrebbe intervenire anche sui tempi di una giustizia che ormai la rendono …ingiustizia. Esiste infatti il diritto di ciascun cittadino del mondo ad essere giudicato in tempi ragionevoli: in caso contrario si assisterebbe ad una violazione dei diritti umani.
La Commissione si potrebbe occupare però anche degli algoritmi che stanno manipolando e violando i diritti dei lavoratori come dimostra il caso recentemente giudicato dal Tribunale di Bologna nel settore dei riders.
Non possiamo più accettare che questa vergogna omissiva si prolunghi nel tempo.
All’Italia – ha scritto Filippo di Robilant, già vice presidente dell’agenzia europea per i diritti fondamentali – manca una forte e autorevole “public voice” in tema di diritti fondamentali non solo nella loro definizione classica: razzismo, discriminazioni, intolleranze. Il problema si pone anche guardando a nuovi temi legati ad esempio alla pandemia: il corretto funzionamento dello Stato di Diritto e il bilanciamento tra libertà individuali e tutela della sicurezza nazionale e le disuguaglianze create dal Covid… occorre una protezione dei diritti umani anche rispetto a violazioni che potrebbero derivare dall’intelligenza artificiale e dalla opacità di processi decisionali legati agli algoritmi”.

Articolo di Riccardo Rossotto - fonte lincontro.news

domenica 17 gennaio 2021

Una pandemia di follia

 


Li vedi ovunque. Uomini e donne che camminano per strada, tutti con la maschera sul viso e il cellulare in mano. Persone che fanno jogging, con maschere che coprono il viso e cellulari in mano. Madri che tengono i loro bambini con una mano, e un telefono cellulare nell'altra, con una maschera che copre il viso.
Il mondo è impazzito.
A maggio, il presidente della Tanzania ha annunciato che una capra, una quaglia e una papaia erano risultate positive al COVID-19. La gente non ha smesso di mangiare papaia. Ma quando i visoni d'allevamento hanno iniziato a risultare positivi, la risposta è stata di ucciderli tutti.
Dopo che alcuni visoni nei Paesi Bassi sono risultati positivi ad aprile, ne sono stati massacrati 570.000.  I visoni hanno iniziato a essere risultati positivi e sono stati uccisi in Danimarca a giugno, e il 4 novembre la Danimarca ha annunciato che avrebbe distrutto il resto dei suoi 17 milioni di visoni. La sanità mentale finalmente ritornò, e la campagna di eradicazione si fermò dopo che solo 2,5 milioni di visoni furono massacrati. Ma i visoni sono stati uccisi anche in Spagna, Svezia, Grecia, Francia e Stati Uniti.
Leoni, tigri e leopardi negli zoo sono risultati positivi.
Le persone hanno testato anche i loro cani e gatti, ed ecco, alcuni di loro sono risultati positivi, e il 6 maggio il Centers for Disease Control ha creato una pagina web intitolata "Cosa fare se il tuo animale domestico risulta positivo al COVID -19 ".
Questo è ciò che dovresti fare: "Isolare l'animale da tutti gli altri, inclusi gli altri animali domestici". "Tieni il tuo animale domestico ad almeno due metri di distanza da altri animali e persone."
"Se hai un cortile privato dove il tuo cane può andare, non portarlo a passeggio". Tuttavia , il CDC avverte: "Non pulire o fare il bagno al tuo animale domestico con ... un disinfettante per le mani" e "Non cercare di mettere una maschera al tuo animale domestico".
Sta diventando ovvio che qualunque cosa testiate - visoni, leoni, cani, papaia, persone o qualsiasi altra cosa - otterrete risultati positivi e che i risultati non significano nulla. Aspettate che qualcuno testi una mucca. Uccidi tutte le mucche e non avrai più carne o latticini! Vaccina ogni animale domestico e animale da fattoria nel mondo! Effettua il tracciamento dei contatti per ogni animale che viene a contatto con un animale infetto!
Abbiamo una pandemia, va bene, ma è una pandemia di follia, non COVID-19. Il mondo - il mondo intero, non solo poche persone o pochi paesi o poche culture - ha dimenticato cos'è la vita. La vita è comunità. È contatto sociale, toccare, respirare, condividere . È ossigeno. Le persone muoiono perché le loro maschere le rendono ipossiche. Le cellule cancerose prosperano in assenza di ossigeno.  
Se hai il cancro e indossi una maschera, stai facendo crescere il cancro. E la vita è batteri e virus. Il novantanove per cento di tutti i batteri e virus sono utili e necessari, necessari per la vita e necessari per l'evoluzione. Se disinfetti la superficie della terra, metti fine alla vita. Non abbiamo disinfettato il mondo per il vaiolo, l'influenza, il morbillo o la tubercolosi. Ma lo stiamo facendo per "COVID-19".
E stiamo incolpando di ogni sintomo noto all'uomo il "COVID-19". COVID-19 è un virus respiratorio, strettamente correlato al comune raffreddore. Ma ne abbiamo fatto una caricatura. All'improvviso un coronavirus è un pezzo magico di RNA, creato da Dracula, che danneggerà i tuoi reni o il tuo cuore o ti darà un ictus.
C'è un'altra pandemia molto reale che è fuori controllo: una pandemia di radiazioni. Una pandemia che causa danni ai reni, al cuore e ictus, oltre alla polmonite. La radiazione è prodotta dai telefoni cellulari. I telefoni cellulari con cui le madri irradiano i loro bambini e chi fa jogging irradia i propri cuori. I cellulari con cui miliardi di persone irradiano uccelli, insetti e fiori che li circondano. Le radiazioni che uccideranno tutti noi, a meno che non ne mettiamo fine.

martedì 12 gennaio 2021

L'uso militare del 5G

 


La manifestazione del 12 settembre scorso a Roma «Stop 5G» si focalizza a ragione sulle possibili conseguenze delle emissioni elettromagnetiche per la salute e l’ambiente, in particolare sul decreto che impedisce ai sindaci di regolamentare l’installazione di antenne 5G sul territorio comunale.

Si continua però a ignorare un aspetto fondamentale di questa tecnologia: il suo uso militare. Ne abbiamo già parlato sul manifesto (10 dicembre 2019), ma con scarsi risultati. I successivi programmi varati dal Pentagono, ufficialmente documentati, confermano quanto scrivevamo nove mesi fa.

La «Strategia 5G», approvata il 2 maggio 2020, stabilisce che «il Dipartimento della Difesa deve sviluppare e impiegare nuovi concetti operativi che usino la ubiqua connettività offerta dal 5G per accrescere l’efficacia, la resilienza, la velocità e letalità delle nostre forze armate».

Il Pentagono sta già sperimentando applicazioni militari di questa tecnologia in cinque basi delle forze aeree, navali e terrestri: Hill (Utah), Nellis (Nevada), San Diego (California), Albany (Georgia), Lewis-McChord (Washington), Lo ha confermato, in una conferenza stampa il 3 giugno, il Dr. Joseph Evans, direttore tecnico per il 5G al Dipartimento della Difesa.

Ha quindi annunciato che applicazioni militari del 5G verranno tra poco testate anche in altre sette basi: Norfolk (Virginia), Pearl Harbor-Hickam (Hawaii), San Antonio (Texas), Fort Irwin (California), Fort Hood (Texas), Camp Pendleton (California), Tinker (Oklahoma).

Gli esperti prevedono che il 5G avrà un ruolo determinante nello sviluppo di armi ipersoniche, comprese quelle a testata nucleare: per guidarle su traiettorie variabili, sfuggendo ai missili intercettori, occorre raccogliere, elaborare e trasmettere enormi quantità di dati in tempi rapidissimi. Lo stesso è necessario per attivate le difese in caso di attacco con tali armi, affidandosi a sistemi automatici.

La nuova tecnologia avrà un ruolo chiave anche nella battle network (rete di battaglia), essendo in grado di collegare in un’area circoscritta milioni di apparecchiature ricetrasmittenti.

Estremamente importante sarà il 5G anche per i servizi segreti e le forze speciali: renderà possibili sistemi di spionaggio molto più efficaci e accrescerà la letalità dei droni-killer.

Queste e altre applicazioni militari di tale tecnologia sono sicuramente allo studio anche in Cina e altri paesi. Quella in corso sul 5G non è quindi solo una guerra commerciale.

Lo conferma il documento strategico del Pentagono: «Le tecnologie 5G rappresentano capacità strategiche determinanti per la sicurezza nazionale degli Stati uniti e per quella dei nostri alleati». Occorre quindi «proteggerle dagli avversari» e convincere gli alleati a fare lo stesso per assicurare la «interoperabilità» delle applicazioni militari del 5G nel quadro della Nato.

Ciò spiega perché l’Italia e gli altri alleati europei degli Usa hanno escluso la Huawei e altre società cinesi dalle gare per la fornitura di apparecchiature 5G per telecomunicazioni.

«La tecnologia 5G – spiega il Dr. Joseph Evans nella conferenza stampa al Pentagono – è vitale per mantenere i vantaggi militari ed economici degli Stati uniti», nei confronti non solo degli avversari, in particolare Cina e Russia, ma degli stessi alleati.

Per questo «il Dipartimento della Difesa sta lavorando strettamente con i partner industriali, che investono centinaia di miliardi di dollari nella tecnologia 5G, allo scopo di sfruttare questi massicci investimenti per applicazioni militari del 5G», comprese «applicazioni a duplice uso» militare e civile.

In altre parole, la rete commerciale del 5G, realizzata da società private, viene usata dal Pentagono con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.

Saranno i comuni utenti, a cui le multinazionali del 5G venderanno i loro servizi, a pagare la tecnologia che, a quanto promettono, dovrebbe «cambiare la nostra vita», ma che allo stesso tempo servirà a realizzare armi di nuova generazione per una guerra che significherebbe la fine delle generazioni umane.

Articolo di Manlio Dinucci - ilmanifesto.it

giovedì 7 gennaio 2021

L’Italia ha venduto “in sordina” navi militari all’Egitto, violando leggi e diritti umani

 


Diverse associazioni sono pronte a intraprendere azioni legali contro il Governo italiano per aver armato l’Egitto attraverso la cessione di una nave militare, con il tentativo di temere nascosta la consegna e la successiva partenza.

La denuncia arriva da Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD):

“Lo scorso 23 dicembre con una cerimonia in sordina e non pubblicizzata (come di solito avviene) è stata consegnata da Fincantieri agli ufficiali della Marina Militare dell’Egitto, presso i cantieri del Muggiano a La Spezia, la fregata multiruolo Fremm Spartaco Schergat, ora ribattezzata al-Galala”, si legge in un comunicato dell’associazione.

Secondo RIPD, “tenere nascosta la consegna della nave sfruttando il periodo natalizio, è sintomo di imbarazzo da parte del Governo italiano per aver venduto un mezzo militare destinato alla Marina Militare italiana senza alcuna comunicazione ufficiale al Parlamento”.

“La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene soprattutto inammissibile che questa ed altre forniture militari all’Egitto, Paese coinvolto nel conflitto in Libia e il cui regime autoritario è responsabile di incarcerazioni persecutorie nei confronti degli attivisti per i diritti umani, vengano concretizzate senza alcun dibattito in Parlamento in chiara violazione della legge 185 del 1990”, continua la nota di RIPD.

Inoltre, la RIPD sottolinea come il Parlamento Europeo abbia esortato gli Stati dell’UE a sospendere la vendita di armi all’Egitto, dopo aver constatato un aumento del ricorso alla pena capitale nel Paese e a continue violazioni dei diritti dei cittadini e della loro libertà di espressione.

Nonostante questo, l’Italia continua a rappresentare uno dei principali partner commerciali del Cairo, ed è probabile che fornisca all’Egitto altre quattro fregate, oltre a 20 pattugliatori, 24 caccia multiruolo Eurofighterm 20 aerei addestratori M346 e altro materiale per un totale tra i 9 e gli 11 miliardi di Euro.

“L’operazione di vendita è inoltre intollerabile in considerazione della mancata collaborazione da parte delle autorità egiziane a fare chiarezza sul terribile omicidio del nostro connazionale Giulio Regeni e della prolungata incarcerazione del giovane studente Patrick Zaki e di migliaia di attivisti e oppositori politici da parte del regime del generale al Sisi”.

Come fa notare Green Italia, che si è unita alla denuncia di RIPD, solo poche settimane fa i rappresentanti istituzionali italiani avevano speso parole commoventi in relazione al caso Regeni.

“La continua mancanza di responsabilità e l’incoerenza del Governo italiano nei confronti delle vicende che riguardano i rapporti dell’Italia con l’Egitto non è più tollerabile. Green Italia si unisce alla denuncia delle associazioni della Rete Italiana Pace e Disarmo ed è pronta a valutare insieme ad esse la possibilità di intraprendere anche concrete azioni legali di contrasto ad una grave e flagrante violazione delle leggi, delle prerogative del Parlamento e dei diritti umani”, hanno dichiarato Annalisa Corrado e Carmine Maturo di Green Italia.

Fonti di riferimento: Green Italia/Rete Italiana per la Pace e il Disarmo

Articolo di Tatiana Maselli

martedì 5 gennaio 2021

Khitam Saafin condannata alla detenzione amministrativa

 


Lo scorso novembre 2020, un comandante militare israeliano ha ordinato che Khitam Saafin, paladina dei diritti umani, fosse posta in detenzione amministrativa per sei mesi. Tale detenzione è stata poi ridotta a quattro mesi il giorno dopo la revisione. Le prove “segrete”, su cui si è basato l’ordine di detenzione amministrativa devono ancora essere rese note a lei e al suo avvocato. Il 2 novembre 2020, diversi soldati israeliani hanno fatto irruzione nella casa di Khitam Saafin ad Al-Bireh, arrestandola. Alla donna inoltre non è stato permesso di ricevere visite familiari. Dopo l’arresto è stata trasferita nella prigione di Hasharon in Israele, senza essere informata delle accuse a cui dovrà far fronte, senza processo, né una data definita di rilascio, dal momento che gli ordini di detenzione amministrativa rimangono soggetti a rinnovo. Solo nell’ultimo giorno del suo attuale ordine, che sarà il 1° marzo 2021, saprà se sarà rilasciata o trattenuta.

Cos’è la detenzione amministrativa

La detenzione amministrativa è una pratica che equivale a una forma di tortura psicologica. È stata introdotta per la prima volta in Palestina dal mandato coloniale britannico. Imprigiona i palestinesi senza accusa o processo sulla base di un “file segreto”, al quale non può accedere neanche l’avvocato della detenuta o del detenuto. L’uso arbitrario di tale detenzione è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani della Quarta Convenzione di Ginevra. Tali diritti conferiscono alle persone protette il diritto a un processo equo, fatta eccezione nel caso in cui vi siano “motivi imperativi di sicurezza”. In Palestina questi attacchi nei confronti degli attivisti sono frequenti per mettere a tacere coloro che difendono ed esprimono la loro opposizione alle politiche dell’occupazione israeliana, inclusi i difensori dei diritti umani. Almeno 370 prigionieri palestinesi sono detenuti in base a tali ordini, su un totale di circa 4.500 prigionieri politici palestinesi. 

Il sostegno nei confronti di Khitam Saafin

Un gruppo di organizzazioni femminili progressiste nella regione araba, ha sollecitato il suo rilascio immediato. Ha dichiarato di “chiedere ai diritti umani e alle organizzazioni femminili nella regione, di cristallizzare una campagna di solidarietà regionale e internazionale per chiedere il rilascio del compagno Khitam e del resto dei prigionieri palestinesi”. Chiede inoltre un serio e reale sostegno nei confronti del movimento prigioniero palestinese. Rilevanti sono state anche le parole del membro del Parlamento europeo Manu Pineda. Il presidente della delegazione del parlamento per le relazioni con la Palestina, ha esplicitato una dichiarazione al Servizio europeo per l’azione esterna. Ha invitato il Servizio europeo per l’azione esterna e l’Unione Europea a “mobilitare le sue risorse diplomatiche per ottenere il rapido rilascio della signora Saafin e tutti gli altri cittadini palestinesi detenuti senza accuse formali”.

Chi è Khitam Saafin

Khitam Saafin è a capo dell’Unione dei Comitati delle donne palestinesi ed è anche membro del segretariato generale dell’Unione generale delle donne palestinesi. In precedenza ha ricoperto il ruolo di coordinatrice della sezione palestinese della marcia delle donne globali. È sostenitrice di un maggiore coinvolgimento delle donne palestinesi nella politica, con l’obiettivo finale di porre fine all’occupazione illegale israeliana. L’Unione dei Comitati delle donne palestinesi ha inoltre organizzato manifestazioni di solidarietà per sostenere le donne incarcerate e le loro famiglie. Ha inoltre rilasciato dichiarazioni che descrivono dettagliatamente le violazioni dei diritti umani israeliane.

Articolo di Beatrice D'Amico - metropolitanmagazine.it

domenica 3 gennaio 2021

Quotare in Borsa l'acqua è una minaccia ai diritti umani

 


È stato lo stesso Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo a esprimere grave preoccupazione  alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street.
«Arrojo-Agudo ha ricordato come l’acqua, bene essenziale per tutti gli esseri viventi e per la salute pubblica, sia un bene pubblico da mettere a disposizione di tutti, e come tale non può essere trattato come un qualsiasi altro articolo commerciale, come fosse oro, petrolio o altra merce quotata in Borsa» ha aggiunto il Forum italiano dei movimenti per l'acqua commentando ciò che sta accadendo.
«Questa risorsa fondamentale è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, in particolare quella mineraria, per di più a fronte di una emergenza climatica e sanitaria - ha proseguito il Forum - In tale contesto, dove ci si deve adoperare per preservare questa vitale risorsa, come movimento per l’acqua ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua perché convinti che la sua quotazione in Borsa come merce apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è stata denunciata come una grave minaccia ai diritti umani fondamentali. Cogliamo infine l’occasione per evidenziare come questa operazione speculativa rischi di rendere vana nei fatti la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua come peraltro ricordato dallo stesso Relatore a conclusione del comunicato».
Intanto al Chicago Mercantile Exchange, il più importante mercato finanziario del mondo tra quelli che si occupano di derivati e di commodity, sono cominciate le contrattazioni e sono stati venduti i primi contratti future che consentono agli investitori di scommettere sul prezzo dell’acqua sulla base del Nasdaq Veles California Water Index, un indice basato in California che determina il prezzo dell’acqua nello stato americano.

Fonte dell'articolo: terranuova.it

 


sabato 2 gennaio 2021

Pedofilia online: E' emergenza mondiale

 


L'ultima inchiesta "Luna Park" ha spezzato una rete internazionale di pedofili, con molte presenze italiane. Il fenomeno è mondiale ed è in crescita, anche a causa del lockdown. Il racconto di uno dei giudici che ha guidato l'inchiesta, la testimonianza di chi se ne occupa da 20 anni, il grido d'allarme agli adulti: vigilate e guardate i cellulari dei figli.
Il fenomeno è enorme, è un’emergenza mondiale, ma non se ne parla. Sulla pedofilia regna un tabù, come accadeva anni fa sui femminicidi. Non parlarne per negarne l’esistenza. Eppure esiste, anzi questo reato ripugnante ha assunto dimensioni e ramificazioni spaventose grazie al deep web, un’autostrada putrida che mette in contatto tutti i Paesi del mondo e che si è potenziata con il lockdown. Tra il primo marzo e il 15 aprile 2020 in Italia sono raddoppiate le denunce relative alla pedopornografia online rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma a fronte di poco più di 300 segnalazioni, ci sono migliaia di casi che rimangono sepolti sotto gli strati più profondi e oscuri della Rete. A volte alcuni emergono in superficie, come l’inchiesta “Luna Park” di pochi giorni fa, e ci spalancano lo sguardo su un mondo parallelo, dove ci si scambiano le foto di ragazzini e bambini di sei mesi, perfino di neonati. Un teatro dell’orrore dove non mancano come protagonisti anche gli animali e dove si commettono le torture più efferate, condivise da gruppi che richiedono ogni giorno agli affiliati prove di reati inediti per poter continuare a farvi parte.

L’inchiesta è sconvolgente: 55mila file sequestrati, 159 gruppi su Telegram e Whatsapp chiusi, 11mila utenti segnalati, 432 identificati con nome e cognome. Molti sono italiani (81), insospettabili, dallo studente 18enne all’ottico di 71 anni. Un successo dal punto di vista investigativo, che proietta l’inchiesta della Polizia Postale di Milano e del Cncp (Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia online) tra le più importanti degli ultimi anni. Ma è una goccia nell’oceano. «Ogni fascicolo che riguarda questa materia piange. Ogni foglio trasuda violenza e ci racconta di vite spezzate. Un poliziotto navigato mi ha detto che dopo tanti anni, le immagini riesce a guardarle, ma l’audio non può ascoltarlo». È una donna a capo di questa inchiesta, il procuratore Letizia Mannella. Coordina il pool dedicato proprio ai “soggetti deboli” e denuncia una carenza di informazione su questo tema. «Tutti dobbiamo sapere che chiunque può crearsi un falso profilo su Instagram o Whatsapp e adescare bambini. Chiunque, di qualsiasi età e classe sociale, può nascondersi dietro a un nickname, persone insospettabili di giorno e lupi sadici di notte. Ogni giorno in tutto il mondo vengono caricate centinaia di migliaia di foto e video da predatori e criminali. Ma oggi gli strumenti per intercettarli sono potenti, chiunque è rintracciabile. I criminali devono saperlo». Il problema è l’enormità del fenomeno e la scarsità delle risorse.

Negli ultimi anni, la sforbiciata alle spese dello Stato ha tagliato anche il personale della polizia. «Molti agenti specializzati sono finiti a fare un altro lavoro, vanificando gli sforzi di anni. Perché ci vogliono anni di indagini per smantellare una rete di pedofili». L’Associazione Prometeo, che da 20 anni lotta contro la pedofilia, denuncia una situazione molto grave, dove il successo di un’inchiesta come “Luna Park” rappresenta solo la punta di un iceberg. Il presidente, Massimiliano Frassi, scrive libri sul tema e organizza corsi di formazione alla stessa polizia. Racconta come la maggior parte di questi reati sia consumata nel deep web, quindi fatichi ad emergere. «Oggi per le piattaforme Internet rilevare e rimuovere i contenuti pedopornografici è volontario, non obbligatorio. Il materiale che viene denunciato arriva solo da Facebook: sono molto bravi a raccoglierlo, ma questo non elimina la falla nel sistema legislativo». Per rimediare, l'Ue presenterà nel 2021 nuove norme che rendano obbligatorio per le piattaforme online "rilevare, denunciare e rimuovere" contenuti legati agli abusi sessuali su minori. Sembra impossibile, eppure oggi questo non succede. I provider, insomma, non sono obbligati a denunciare. Anche per questo il fenomeno ha assunto dimensioni spaventose. «Negli ultimi cinque anni - ha detto la commissaria europea agli Affari Interni Ylva Johansson - abbiamo visto l'Europa diventare l'epicentro mondiale del materiale relativo agli abusi sessuali su minori. Nel 2019 sono stati raccolti più di 700mila materiali di questo tipo. E ce ne sono molti che non vengono rilevati».

La situazione è peggiorata durante la pandemia, con molti bambini soli a casa, on line, e molte persone deviate (anche tante donne) con più tempo a disposizione. «È aumentata l’attività da parte dei pedofili - denuncia Frassi -sempre più sofisticata nel condividere, nascondere, creare nuovi materiali e popolare social sempre diversi: come Tik Tok, la piattaforma tanto amata dai ragazzini». Ricordiamoci che per cento casi di pedofilia, un bambino solo viene rintracciato e salvato, «perché se è difficile identificare l’abusante, è quasi impossibile risalire all’abusato, a meno che il criminale non pubblichi la foto del bambino dichiarando che è stato lui l’autore delle sevizie. In questi casi, a volte si recupera l’identità dell’uno e dell’altro. L’FBI per esempio, che ha uomini e risorse, identifica il 10-15 per cento dei casi. Vuol dire che l’80 per cento dei bambini non verrà mai trovato». Solo in Italia, spariscono ogni anno più di mille piccoli, tra pedofilia e traffico d’organi. «Ma l’orrore inizia a monte: ci siamo imbattuti in una rete che faceva partorire donne povere o tossicodipendenti per poi sottrarre loro il bambino appena nato». Una mostruosità che si fatica anche solo a immaginare. 
La depravazione della Rete, in effetti, supera anche l’immaginazione: strato dopo strato, la Rete più profonda - non raggiungibile attraverso i più noti motori di ricerca - ospita hacker jihadisti, estremisti e pornografi: un mare vasto e impensabile ai più. Ci basti sapere che 
il motore di ricerca più famoso al mondo indicizza meno dell’uno per cento dei documenti presenti in Rete, che ormai sono stimati in oltre 600 miliardi, con siti che compaiono e scompaiono anche nel giro di poche ore, cambiano indirizzo e ospitano transazioni non solo per materiali pedopornografici ma per contrabbando di sigarette, droghe, armi, riciclaggio di cryptomonete sporche e documenti falsi. Insomma, nel deep web le acque sono putride con centinaia di migliaia di immagini e video caricati ogni giorno da tutto il mondo da anonimi predatori e criminali. 

In Italia il Cncp (Centro Nazionale per il Contrasto alla Pornografia sulla rete) istituito presso la Polizia Postale, lavora per scovare i luoghi virtuali dove si scambiano immagini e filmati di minori abusati. «È una struttura molto efficiente, siamo tra i primi al mondo nel contrasto alle pedofilia online» racconta il giudice Letizia Mannella. «È di poco tempo fa il successo di un'inchiesta condotta insieme all'FBI: siamo riusciti a risalire alla piccola vittima di cinque anni di un pedofilo grazie al sacchetto di un supermercato italiano». In questo oceano, riuscire ad arrestare qualcuno appare davvero un successo, una specie di zattera di salvataggio che ci possa aiutare a cancellare l'orrore. Ma qualsiasi pena ci sembra irrisoria, non c’è punizione che tenga di fronte allo scempio della carne e del cuore dei bambini. Le leggi però sono severe e puniscono anche la semplice detenzione di materiale sul proprio computer o smartphone. L’avvocato penalista Marco Micheli ci spiega che «in Italia la pornografia minorile viene punita fino a un massimo di 12 anni e oggi si punisce anche la semplice detenzione e cessione di materiale pedopornografico. Pene maggiori, anche fino a 25 anni, sono previste per chi contatta i bambini e commette abusi». Quella della pedofilia è una gravissima devianza. Ma, come sottolinea la  giudice che ha guidato l’ultima inchiesta, «non esclude la capacità di intendere e volere»

I pedofili sono deviati ma restano lucidi. La maggior parte sono “occasionali”, nel senso che colgono l’occasione per dare sfogo alla loro aggressività. «Molti sono gli stessi che prima andavano in Thailandia a comprare i bambini. Non potendo più spostarsi, liberano la propria perversione online, dove si sentono protetti dall’agire dietro al computer». Vincenzo Maria Mastronardi i pedofili li conosce bene. È psichiatra forense, criminologo clinico e docente di Teoria della devianza e criminogenesi all’Università degli studi internazionali di Roma. Ha scritto parecchi libri sul tema ed è suo il termine che ha fatto scuola: pedomani. «Sono persone immature con grandi incapacità relazionali, quindi scelgono i bambini che poi esibiscono come trofeo, con foto e video, per gratificare se stessi e coprire le proprie mancanze. Ma non sono dei folli, sono  capaci di atti di volontà e con un’apparenza normale». La maggior parte di loro vive in mezzo a noi, per questo le nostre antenne devono restare alzate. «E i genitori hanno il dovere di sorvegliare whatsapp, i messaggi strani, farsi mostrare i contatti dei figli e cercare di capire se si tratta di persone vere. Bisogna osservare il comportamento dei ragazzi e comunque regalare lo smartphone il più tardi possibile» consiglia Frassi di Prometeo. 

Ci regala un po’ di ottimismo la prospettiva - annunciata dalla Commissione Europea - di un nuovo centro europeo per prevenire l’abuso sessuale sui minori. Però nessuna struttura, nessuna legge potrà sostituire l’ascolto e il dialogo con i propri figli. Quello che serve è un antidoto culturale che sfondi il silenzio e apra gli occhi di genitori, insegnanti ed educatori. «Conoscere il fenomeno può essere il miglior salvagente. I ragazzi che ricevono una buona educazione affettiva sono più sicuri psicologicamente e capaci di affrontare situazioni potenzialmente pericolose come le relazioni online con sconosciuti» dice il professor Mastronardi. Ma affrontare la realtà e parlarne è essenziale anche per gli adulti, come sottolinea la giudice: «È nostro dovere sapere noi per primi a quali rischi i nostri figli vanno incontro, non fare finta di niente e non pensare che capiti sempre agli sconosciuti. Quella della pedofilia online è una realtà con cui dobbiamo convivere».


Articolo di Barbara Rachetti - fonte donnamoderna.com

venerdì 1 gennaio 2021

La schiavitù moderna

 


La parola “schiavitù” rievoca immagini di navi transatlantiche saldamente relegate al passato… Tuttavia, oggi si stima che 40,3 milioni di persone, più del triplo rispetto al periodo della tratta transatlantica, vivano in una qualche forma di schiavitù moderna.

Schiavitù moderna: di cosa si tratta
Secondo l’organizzazione abolizionista Anti-slavery international, oggi una persona viene considerata in schiavitù se è costretta a lavorare contro la sua volontà, se appartiene o è controllata da uno sfruttatore o un “datore di lavoro”, se ha una limitata libertà di movimento o se è stata disumanizzata, trattata come merce o comprata e venduta come una proprietà.
Si tratta di situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o lasciare a causa di minacce, violenza, coercizione, inganno o abuso di potere.


Schiavitù moderna: i dati dell’ILO
Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), nel mondo ci sono circa 40,3 milioni di schiavi. Vittime della cosiddetta “schiavitù moderna”. Un concetto non definito dalla legge, ma che è usato per indicare pratiche come il lavoro forzato, i matrimoni obbligati e il traffico di esseri umani.
Tra gli oltre 40 milioni di persone vittime di questa forma di schiavitù, sono 24,9 milioni quelle sottoposte a lavoro forzato e 15,4 milioni quelle obbligate a matrimoni combinati ai quali non possono sottrarsi.
Le nuove stime mostrano che le donne e le ragazze sono maggiormente colpite. Esse sono quasi 29 milioni, il 71%del totaleNello specifico, le donne rappresentano il 99% delle vittime del lavoro forzato nell’industria del sesso e l’84% delle persone che contraggono matrimonio attraverso l’uso della forza.
Ci sono nel mondo 5,4 vittime di schiavitù su ogni mille abitanti. Fra queste, una persona su quattro è un bambino.
L’ILO ha pubblicato una stima mondiale sul lavoro minorile: 152 milioni di bambini tra i 5 ei 17 anni sono coinvolti in forme di lavoro minorile. In particolare, il lavoro minorile rimane concentrato soprattutto nell’agricoltura. Poi, quasi un bambino su cinque lavora nel settore dei servizi.

Schiavitù moderna: la tratta di esseri umani
Gli schiavi “moderni” spesso sono vittime di tratta, che implica il reclutamento, il trasferimento o l’acquisizione di un individuo – uomo, donna, bambino – per mezzo della coercizione, del rapimento, della frode o della forza con l’obiettivo di sfruttarlo per numerosi scopi. Tra questi, la schiavitù sessuale è la forma più comunemente segnalata.
Nello specifico, denuncia l’Unicef, molti Paesi
“hanno riportato negli ultimi anni un aumento delle vittime sia a causa di un miglioramento delle procedure di individuazione delle persone sfruttate e dei trafficanti, sia per un possibile aumento dell’incidenza”.
Inoltre, lo stato di costrizione delle vittime, per l’agenzia delle Nazioni Unite, non si esaurisce nei paesi d’origine (che si trovano soprattutto in Asia e Africa centrale), ma spesso viene perpetrato anche durante il viaggio e nei paesi d’arrivo.
Le donne e le ragazze vittime di tratta sono sottoposte a “violenze e abusi che includono anche la privazione della libertà personale, violenze economiche, fisiche e sessuali che portano a conseguenze gravi e talvolta pericolose per la vita stessa”.
Dove accade?
Da un punto di vista statistico, la schiavitù moderna è più diffusa in Africa, e a seguire in Asia e nella regione del Pacifico. È quanto emerge dal Global slavery index, che classifica ciascun paese in base ai dati sulla schiavitù moderna e sulle risposte del governo al problema. 

…In Italia
La schiavitù è illegale in tutti i paesi del mondo, e nonostante ciò è dilagante. Non esiste un solo paese immune alla schiavitù: 1,5 milioni di vittime di schiavitù vivono nei paesi sviluppati.
In Italia, la tratta di esseri umani resta un fenomeno diffuso e sommerso. Secondo l’ultimo rapporto di Save The Children: “Piccoli schiavi invisibili 2020“, i piccoli schiavi sono migliaia.
Secondo i dati ufficiali del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza dei Ministri, nel 2019 risultano in carico al sistema anti-tratta 2.033 vittime. Di cui 1.762 donne e ragazze (86,7%), 247 uomini e ragazzi (12,1%) e 24 transessuali (1,2%).
I minorenni sono ben 161. Per il 95% si tratta di ragazze (153), mentre per il 5% sono ragazzi (8).
Il 95% ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Ma alcuni sono poco più che bambini/e: il 5% ha un’età compresa tra i 13 e i 14 anni.
Di questi, l’84,5% risulta vittima di sfruttamento sessuale. Seguono le vittime di sfruttamento lavorativo, quelle coinvolte nelle economie illegali, o coinvolte in attività di accattonaggio.
Indubbiamente, la pandemia COVID-19 ha avuto ricadute significative: le reti criminali non hanno subito battute di arresto e il controllo sulle ragazze, forzate a restare in luoghi chiusi, è aumentato.
Tale condizione ha ostacolato le possibilità di contatto con chi è in grado di aiutarle, come gli enti anti-tratta, affaticando, talvolta, il già lento percorso verso la fuoriuscita.

Schiavitù moderna: perché esiste ancora
In alcune regioni, i conflitti in corso, l’instabilità politica e lo sfollamento forzato sono fattori chiave della schiavitù moderna. Le trasformazioni nel mondo del lavoro, i cambiamenti climatici e la migrazione aumentano la vulnerabilità di molte persone allo sfruttamento di altri.
Ma soprattutto… la schiavitù è un grande affareGenera globalmente 150 miliardi di dollari all’anno di profitti, più di un terzo dei quali (46,9 miliardi) nei paesi sviluppati, compresi quelli dell’Unione europea.
Oggi uno schiavo ha un costo singolo di circa 450 dollari. Ma un lavoratore forzato produce per il suo sfruttatore circa ottomila dollari di profitti annui, mentre i trafficanti nell’industria del sesso guadagnano in media 36mila dollari all’anno per ogni vittima.
Schiavitù moderna: un richiamo alla responsabilità per tutta la comunità internazionale
Le cifre rese note dalle Nazioni Unite sono un richiamo alla responsabilità per tutta la comunità internazionale.
Dalla povertà alla discriminazione di genere e alla disuguaglianza, affrontare i fattori di rischio è fondamentale per combattere e prevenire la schiavitù moderna. Le risposte efficaci alla schiavitù moderna devono tenere conto di questi fattori e rischi se vogliamo raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 8.7entro il 2030.
Andrew Forrest AO, Presidente e fondatore della Fondazione Walk Free, ha dichiarato:
«È sconcertante sapere che nel mondo ci sono ancora 40 milioni di persone vittime di schiavitù. Questi dati mostrano in maniera nitida il livello di discriminazione e disuguaglianze nel nostro mondo, come pure la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui. Dobbiamo dire basta a queste ingiustizie. Tutti abbiamo un ruolo nel cambiare questa realtà: coloro che esercitano attività d’impresa, i governi, la società civile e ognuno di noi».
La schiavitù moderna ha un impatto su tutti noi. Le schiave e gli schiavi puliscono le case e gli appartamenti; producono i vestiti che indossiamo; raccolgono la frutta e la verdura che mangiamo; dragano i mari per pescare i gamberi che finiscono nei nostri piatti al ristorante; scavano per estrarre i minerali usati per realizzare i nostri telefoni, i prodotti per il make-up e le auto elettriche; e lavorano nel settore edilizio per costruire le infrastrutture necessarie ai Mondiali di calcio che si giocheranno nel 2022 in Qatar.
È responsabilità di tutti noi.

Articolo di Giulia Chiapperini - ultimavoce.it