domenica 4 febbraio 2024

Il genocidio dei Rohingya

 



Il genocidio dei Rohingya è una delle tragedie umanitarie più gravi e sistematiche del nostro tempo. Questa persecuzione brutale ha sconvolto la comunità internazionale, ma non abbastanza da porre fine alla sofferenza di migliaia di individui. In questo articolo, esploreremo le radici storiche del conflitto, gli eventi chiave che hanno portato alla crisi attuale e le sfide che devono essere affrontate per porre fine a questa violazione dei diritti umani.

Le Origini del Conflitto

I Rohingya sono un gruppo etnico di religione musulmana che ha vissuto nello Stato di Rakhine, in Myanmar, per generazioni. Tuttavia, nonostante la loro presenza radicata nella regione, i Rohingya hanno subito discriminazioni sistematiche da parte del governo birmano. Le politiche discriminatorie hanno privato i Rohingya della cittadinanza e dei diritti fondamentali, relegandoli a uno status di apolidia e vulnerabilità.

Le tensioni tra i Rohingya e il governo birmano si sono intensificate nel corso degli anni, culminando in episodi di violenza e persecuzione. Nel 2017, una violenta repressione militare ha spinto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire in Bangladesh, cercando rifugio dalla violenza indiscriminata.

La Crisi del 2017: Una Brutale Campagna di Pulizia Etnica

Nel 2017, l'esercito birmano ha scatenato una violenta campagna di pulizia etnica contro i Rohingya nello Stato di Rakhine. Le testimonianze oculari e i resoconti delle organizzazioni umanitarie hanno documentato massacri, stupri di massa, incendi dolosi e altre atrocità commesse contro la popolazione Rohingya. Le Nazioni Unite hanno definito questa campagna una "pulizia etnica" e hanno chiesto azioni immediate per porre fine alla violenza e perseguire i responsabili.

Nonostante la pressione internazionale e le condanne da parte della comunità globale, il governo birmano ha continuato a negare qualsiasi responsabilità per le violazioni dei diritti umani contro i Rohingya. Le autorità birmane hanno addirittura negato l'accesso alle agenzie umanitarie e ai media indipendenti, cercando di nascondere la gravità della situazione.

Il Ruolo della Comunità Internazionale

La comunità internazionale ha reagito con indignazione e condanna alla crisi dei Rohingya. Numerosi paesi hanno espresso solidarietà con la popolazione colpita e hanno offerto assistenza umanitaria ai rifugiati fuggiti in Bangladesh. Tuttavia, le azioni concrete per porre fine alla violenza e per perseguire i responsabili sono state limitate da complicazioni diplomatiche e politiche.

La questione della responsabilità è stata particolarmente controversa. Mentre alcune nazioni hanno chiesto sanzioni e azioni punitive contro il governo birmano, altre hanno esitato a prendere misure drastiche per timore di danneggiare le relazioni diplomatiche o gli interessi economici. Questo ha portato a una risposta frammentata e indebolita da parte della comunità internazionale.

Sfide e Prospettive per il Futuro

Il futuro dei Rohingya rimane incerto e pieno di sfide. Mentre molti sono fuggiti in Bangladesh in cerca di sicurezza, affrontano ora nuove difficoltà legate alla mancanza di risorse, alle condizioni precarie nei campi profughi e alla minaccia di catastrofi naturali. Nel frattempo, coloro che sono rimasti in Myanmar continuano a subire discriminazioni e violenze sistematiche.

Per porre fine a questa crisi umanitaria, è necessario un impegno globale concertato. Gli attori internazionali devono lavorare insieme per mettere fine alla violenza, garantire la sicurezza dei Rohingya e promuovere una soluzione politica duratura che affronti le radici del conflitto. Questo richiede una pressione continua sul governo birmano per rispettare i diritti umani e garantire la piena cittadinanza ai Rohingya, nonché un sostegno sostanziale per i rifugiati e le comunità colpite.

Inoltre, è fondamentale perseguire la giustizia per le vittime e assicurare che coloro che hanno commesso crimini contro l'umanità siano portati davanti alla giustizia. Ciò richiede un impegno per indagini imparziali e processi equi, sia a livello nazionale che internazionale, al fine di garantire che i responsabili siano ritenuti responsabili delle loro azioni.

Infine, è essenziale un maggiore sostegno umanitario per affrontare le esigenze immediate dei rifugiati Rohingya e delle comunità colpite. Questo include la fornitura di assistenza medica, cibo, acqua potabile, alloggi sicuri e accesso all'istruzione. È anche importante investire nella ricostruzione delle comunità e nel sostegno ai programmi di sviluppo a lungo termine per promuovere la stabilità e il benessere.

Per approfondimenti sulla storia dei Rohingya consiglio il mio libro in vendita qui e su tutte le librerie online.

venerdì 22 gennaio 2021

Nessuna Commissione dei Diritti Umani in Italia

 


Esiste un vulnus nella nostra democrazia: e molti di noi non lo sanno!
Da 27 anni (20 dicembre 1993: Risoluzione n. 48/134 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite) ci siamo impegnati ad istituire una Commissione Nazionale indipendente sulla tutela dei diritti umani e, in sette legislature, il nostro Parlamento non è riuscito neanche a portare in Commissione uno straccio di proposta.
Sono ben 114 i Paesi nel mondo che hanno dato seguito all’impegno formalmente assunto in sede di Onu: l’Italia no!
Una situazione incredibile, incresciosa, poco conosciuta, che getta discredito sulla reputazione del Paese ma anche di noi tutti italiani.
Come è potuto succedere?
Le ipotesi sono molteplici: l’esistenza sempre di altre priorità; la sottostima dell’importanza della problematica; il mantenimento dello status quo che affida ad una frastagliata mappa di organismi, pubblici e privati, la difesa dei diritti umani; un sostanziale snobismo da consolidati democratici su un tema che diamo per scontato.
La questione è ritornata, finalmente, non sulle prime pagine dei giornali, ma comunque sui media nazionali in quanto esiste in Parlamento una proposta di legge PD-M5S, a firma dei deputati Quartapelle, Brescia e Scagliusi che il Presidente della Camera Fico ha dichiarato di voler portare in aula entro questo mese di gennaio 2021.
Dopo 27 anni di “melina” politica (la Lega ancora ultimamente ha presentato una lunga serie di emendamenti per bloccare il tentativo di eseguire finalmente l’impegno solenne assunto in sede Onu nel 1993!) pare che il Parlamento, grazie anche ad una petizione di Europa+ (Bonino e Della Vedova) che ha raccolto 1400 firme, si sia finalmente deciso a far emanare la legge entro tempi brevissimi.
A cosa servirebbe questa Commissione?
Principalmente a dare assistenza alle vittime di violazione dei diritti umani e, nel contempo, a vigilare sull’applicazione, nella legislazione nazionale, dei principi previsti dalla Carta Europea per i diritti fondamentali e da altri trattati aventi contenuti analoghi.
Siamo davvero un Paese bizzarro: da un lato, giustamente, ci scandalizziamo per il comportamento di altre nazioni, come il caso Egitto sull’assassinio di Regeni o come il caso Ungheria di continua erosione dell’indipendenza della magistratura e dall’altro, o perché ignoranti o, peggio, perché consapevoli, non diamo seguito ad un impegno assunto nella sede internazionale più autorevole come quella delle Nazioni Unite.
L’Italia si sta giocando una grossa fetta di credibilità su questo dossier.
Di che cosa si occuperebbe questa fantomatica Commissione?
Gli esempi sono molteplici: vigilerebbe sulla gestione delle carceri, sulle questioni in materia di migranti e potrebbe intervenire anche sui tempi di una giustizia che ormai la rendono …ingiustizia. Esiste infatti il diritto di ciascun cittadino del mondo ad essere giudicato in tempi ragionevoli: in caso contrario si assisterebbe ad una violazione dei diritti umani.
La Commissione si potrebbe occupare però anche degli algoritmi che stanno manipolando e violando i diritti dei lavoratori come dimostra il caso recentemente giudicato dal Tribunale di Bologna nel settore dei riders.
Non possiamo più accettare che questa vergogna omissiva si prolunghi nel tempo.
All’Italia – ha scritto Filippo di Robilant, già vice presidente dell’agenzia europea per i diritti fondamentali – manca una forte e autorevole “public voice” in tema di diritti fondamentali non solo nella loro definizione classica: razzismo, discriminazioni, intolleranze. Il problema si pone anche guardando a nuovi temi legati ad esempio alla pandemia: il corretto funzionamento dello Stato di Diritto e il bilanciamento tra libertà individuali e tutela della sicurezza nazionale e le disuguaglianze create dal Covid… occorre una protezione dei diritti umani anche rispetto a violazioni che potrebbero derivare dall’intelligenza artificiale e dalla opacità di processi decisionali legati agli algoritmi”.

Articolo di Riccardo Rossotto - fonte lincontro.news

domenica 17 gennaio 2021

Una pandemia di follia

 


Li vedi ovunque. Uomini e donne che camminano per strada, tutti con la maschera sul viso e il cellulare in mano. Persone che fanno jogging, con maschere che coprono il viso e cellulari in mano. Madri che tengono i loro bambini con una mano, e un telefono cellulare nell'altra, con una maschera che copre il viso.
Il mondo è impazzito.
A maggio, il presidente della Tanzania ha annunciato che una capra, una quaglia e una papaia erano risultate positive al COVID-19. La gente non ha smesso di mangiare papaia. Ma quando i visoni d'allevamento hanno iniziato a risultare positivi, la risposta è stata di ucciderli tutti.
Dopo che alcuni visoni nei Paesi Bassi sono risultati positivi ad aprile, ne sono stati massacrati 570.000.  I visoni hanno iniziato a essere risultati positivi e sono stati uccisi in Danimarca a giugno, e il 4 novembre la Danimarca ha annunciato che avrebbe distrutto il resto dei suoi 17 milioni di visoni. La sanità mentale finalmente ritornò, e la campagna di eradicazione si fermò dopo che solo 2,5 milioni di visoni furono massacrati. Ma i visoni sono stati uccisi anche in Spagna, Svezia, Grecia, Francia e Stati Uniti.
Leoni, tigri e leopardi negli zoo sono risultati positivi.
Le persone hanno testato anche i loro cani e gatti, ed ecco, alcuni di loro sono risultati positivi, e il 6 maggio il Centers for Disease Control ha creato una pagina web intitolata "Cosa fare se il tuo animale domestico risulta positivo al COVID -19 ".
Questo è ciò che dovresti fare: "Isolare l'animale da tutti gli altri, inclusi gli altri animali domestici". "Tieni il tuo animale domestico ad almeno due metri di distanza da altri animali e persone."
"Se hai un cortile privato dove il tuo cane può andare, non portarlo a passeggio". Tuttavia , il CDC avverte: "Non pulire o fare il bagno al tuo animale domestico con ... un disinfettante per le mani" e "Non cercare di mettere una maschera al tuo animale domestico".
Sta diventando ovvio che qualunque cosa testiate - visoni, leoni, cani, papaia, persone o qualsiasi altra cosa - otterrete risultati positivi e che i risultati non significano nulla. Aspettate che qualcuno testi una mucca. Uccidi tutte le mucche e non avrai più carne o latticini! Vaccina ogni animale domestico e animale da fattoria nel mondo! Effettua il tracciamento dei contatti per ogni animale che viene a contatto con un animale infetto!
Abbiamo una pandemia, va bene, ma è una pandemia di follia, non COVID-19. Il mondo - il mondo intero, non solo poche persone o pochi paesi o poche culture - ha dimenticato cos'è la vita. La vita è comunità. È contatto sociale, toccare, respirare, condividere . È ossigeno. Le persone muoiono perché le loro maschere le rendono ipossiche. Le cellule cancerose prosperano in assenza di ossigeno.  
Se hai il cancro e indossi una maschera, stai facendo crescere il cancro. E la vita è batteri e virus. Il novantanove per cento di tutti i batteri e virus sono utili e necessari, necessari per la vita e necessari per l'evoluzione. Se disinfetti la superficie della terra, metti fine alla vita. Non abbiamo disinfettato il mondo per il vaiolo, l'influenza, il morbillo o la tubercolosi. Ma lo stiamo facendo per "COVID-19".
E stiamo incolpando di ogni sintomo noto all'uomo il "COVID-19". COVID-19 è un virus respiratorio, strettamente correlato al comune raffreddore. Ma ne abbiamo fatto una caricatura. All'improvviso un coronavirus è un pezzo magico di RNA, creato da Dracula, che danneggerà i tuoi reni o il tuo cuore o ti darà un ictus.
C'è un'altra pandemia molto reale che è fuori controllo: una pandemia di radiazioni. Una pandemia che causa danni ai reni, al cuore e ictus, oltre alla polmonite. La radiazione è prodotta dai telefoni cellulari. I telefoni cellulari con cui le madri irradiano i loro bambini e chi fa jogging irradia i propri cuori. I cellulari con cui miliardi di persone irradiano uccelli, insetti e fiori che li circondano. Le radiazioni che uccideranno tutti noi, a meno che non ne mettiamo fine.

martedì 12 gennaio 2021

L'uso militare del 5G

 


La manifestazione del 12 settembre scorso a Roma «Stop 5G» si focalizza a ragione sulle possibili conseguenze delle emissioni elettromagnetiche per la salute e l’ambiente, in particolare sul decreto che impedisce ai sindaci di regolamentare l’installazione di antenne 5G sul territorio comunale.

Si continua però a ignorare un aspetto fondamentale di questa tecnologia: il suo uso militare. Ne abbiamo già parlato sul manifesto (10 dicembre 2019), ma con scarsi risultati. I successivi programmi varati dal Pentagono, ufficialmente documentati, confermano quanto scrivevamo nove mesi fa.

La «Strategia 5G», approvata il 2 maggio 2020, stabilisce che «il Dipartimento della Difesa deve sviluppare e impiegare nuovi concetti operativi che usino la ubiqua connettività offerta dal 5G per accrescere l’efficacia, la resilienza, la velocità e letalità delle nostre forze armate».

Il Pentagono sta già sperimentando applicazioni militari di questa tecnologia in cinque basi delle forze aeree, navali e terrestri: Hill (Utah), Nellis (Nevada), San Diego (California), Albany (Georgia), Lewis-McChord (Washington), Lo ha confermato, in una conferenza stampa il 3 giugno, il Dr. Joseph Evans, direttore tecnico per il 5G al Dipartimento della Difesa.

Ha quindi annunciato che applicazioni militari del 5G verranno tra poco testate anche in altre sette basi: Norfolk (Virginia), Pearl Harbor-Hickam (Hawaii), San Antonio (Texas), Fort Irwin (California), Fort Hood (Texas), Camp Pendleton (California), Tinker (Oklahoma).

Gli esperti prevedono che il 5G avrà un ruolo determinante nello sviluppo di armi ipersoniche, comprese quelle a testata nucleare: per guidarle su traiettorie variabili, sfuggendo ai missili intercettori, occorre raccogliere, elaborare e trasmettere enormi quantità di dati in tempi rapidissimi. Lo stesso è necessario per attivate le difese in caso di attacco con tali armi, affidandosi a sistemi automatici.

La nuova tecnologia avrà un ruolo chiave anche nella battle network (rete di battaglia), essendo in grado di collegare in un’area circoscritta milioni di apparecchiature ricetrasmittenti.

Estremamente importante sarà il 5G anche per i servizi segreti e le forze speciali: renderà possibili sistemi di spionaggio molto più efficaci e accrescerà la letalità dei droni-killer.

Queste e altre applicazioni militari di tale tecnologia sono sicuramente allo studio anche in Cina e altri paesi. Quella in corso sul 5G non è quindi solo una guerra commerciale.

Lo conferma il documento strategico del Pentagono: «Le tecnologie 5G rappresentano capacità strategiche determinanti per la sicurezza nazionale degli Stati uniti e per quella dei nostri alleati». Occorre quindi «proteggerle dagli avversari» e convincere gli alleati a fare lo stesso per assicurare la «interoperabilità» delle applicazioni militari del 5G nel quadro della Nato.

Ciò spiega perché l’Italia e gli altri alleati europei degli Usa hanno escluso la Huawei e altre società cinesi dalle gare per la fornitura di apparecchiature 5G per telecomunicazioni.

«La tecnologia 5G – spiega il Dr. Joseph Evans nella conferenza stampa al Pentagono – è vitale per mantenere i vantaggi militari ed economici degli Stati uniti», nei confronti non solo degli avversari, in particolare Cina e Russia, ma degli stessi alleati.

Per questo «il Dipartimento della Difesa sta lavorando strettamente con i partner industriali, che investono centinaia di miliardi di dollari nella tecnologia 5G, allo scopo di sfruttare questi massicci investimenti per applicazioni militari del 5G», comprese «applicazioni a duplice uso» militare e civile.

In altre parole, la rete commerciale del 5G, realizzata da società private, viene usata dal Pentagono con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.

Saranno i comuni utenti, a cui le multinazionali del 5G venderanno i loro servizi, a pagare la tecnologia che, a quanto promettono, dovrebbe «cambiare la nostra vita», ma che allo stesso tempo servirà a realizzare armi di nuova generazione per una guerra che significherebbe la fine delle generazioni umane.

Articolo di Manlio Dinucci - ilmanifesto.it

giovedì 7 gennaio 2021

L’Italia ha venduto “in sordina” navi militari all’Egitto, violando leggi e diritti umani

 


Diverse associazioni sono pronte a intraprendere azioni legali contro il Governo italiano per aver armato l’Egitto attraverso la cessione di una nave militare, con il tentativo di temere nascosta la consegna e la successiva partenza.

La denuncia arriva da Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD):

“Lo scorso 23 dicembre con una cerimonia in sordina e non pubblicizzata (come di solito avviene) è stata consegnata da Fincantieri agli ufficiali della Marina Militare dell’Egitto, presso i cantieri del Muggiano a La Spezia, la fregata multiruolo Fremm Spartaco Schergat, ora ribattezzata al-Galala”, si legge in un comunicato dell’associazione.

Secondo RIPD, “tenere nascosta la consegna della nave sfruttando il periodo natalizio, è sintomo di imbarazzo da parte del Governo italiano per aver venduto un mezzo militare destinato alla Marina Militare italiana senza alcuna comunicazione ufficiale al Parlamento”.

“La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene soprattutto inammissibile che questa ed altre forniture militari all’Egitto, Paese coinvolto nel conflitto in Libia e il cui regime autoritario è responsabile di incarcerazioni persecutorie nei confronti degli attivisti per i diritti umani, vengano concretizzate senza alcun dibattito in Parlamento in chiara violazione della legge 185 del 1990”, continua la nota di RIPD.

Inoltre, la RIPD sottolinea come il Parlamento Europeo abbia esortato gli Stati dell’UE a sospendere la vendita di armi all’Egitto, dopo aver constatato un aumento del ricorso alla pena capitale nel Paese e a continue violazioni dei diritti dei cittadini e della loro libertà di espressione.

Nonostante questo, l’Italia continua a rappresentare uno dei principali partner commerciali del Cairo, ed è probabile che fornisca all’Egitto altre quattro fregate, oltre a 20 pattugliatori, 24 caccia multiruolo Eurofighterm 20 aerei addestratori M346 e altro materiale per un totale tra i 9 e gli 11 miliardi di Euro.

“L’operazione di vendita è inoltre intollerabile in considerazione della mancata collaborazione da parte delle autorità egiziane a fare chiarezza sul terribile omicidio del nostro connazionale Giulio Regeni e della prolungata incarcerazione del giovane studente Patrick Zaki e di migliaia di attivisti e oppositori politici da parte del regime del generale al Sisi”.

Come fa notare Green Italia, che si è unita alla denuncia di RIPD, solo poche settimane fa i rappresentanti istituzionali italiani avevano speso parole commoventi in relazione al caso Regeni.

“La continua mancanza di responsabilità e l’incoerenza del Governo italiano nei confronti delle vicende che riguardano i rapporti dell’Italia con l’Egitto non è più tollerabile. Green Italia si unisce alla denuncia delle associazioni della Rete Italiana Pace e Disarmo ed è pronta a valutare insieme ad esse la possibilità di intraprendere anche concrete azioni legali di contrasto ad una grave e flagrante violazione delle leggi, delle prerogative del Parlamento e dei diritti umani”, hanno dichiarato Annalisa Corrado e Carmine Maturo di Green Italia.

Fonti di riferimento: Green Italia/Rete Italiana per la Pace e il Disarmo

Articolo di Tatiana Maselli

martedì 5 gennaio 2021

Khitam Saafin condannata alla detenzione amministrativa

 


Lo scorso novembre 2020, un comandante militare israeliano ha ordinato che Khitam Saafin, paladina dei diritti umani, fosse posta in detenzione amministrativa per sei mesi. Tale detenzione è stata poi ridotta a quattro mesi il giorno dopo la revisione. Le prove “segrete”, su cui si è basato l’ordine di detenzione amministrativa devono ancora essere rese note a lei e al suo avvocato. Il 2 novembre 2020, diversi soldati israeliani hanno fatto irruzione nella casa di Khitam Saafin ad Al-Bireh, arrestandola. Alla donna inoltre non è stato permesso di ricevere visite familiari. Dopo l’arresto è stata trasferita nella prigione di Hasharon in Israele, senza essere informata delle accuse a cui dovrà far fronte, senza processo, né una data definita di rilascio, dal momento che gli ordini di detenzione amministrativa rimangono soggetti a rinnovo. Solo nell’ultimo giorno del suo attuale ordine, che sarà il 1° marzo 2021, saprà se sarà rilasciata o trattenuta.

Cos’è la detenzione amministrativa

La detenzione amministrativa è una pratica che equivale a una forma di tortura psicologica. È stata introdotta per la prima volta in Palestina dal mandato coloniale britannico. Imprigiona i palestinesi senza accusa o processo sulla base di un “file segreto”, al quale non può accedere neanche l’avvocato della detenuta o del detenuto. L’uso arbitrario di tale detenzione è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani della Quarta Convenzione di Ginevra. Tali diritti conferiscono alle persone protette il diritto a un processo equo, fatta eccezione nel caso in cui vi siano “motivi imperativi di sicurezza”. In Palestina questi attacchi nei confronti degli attivisti sono frequenti per mettere a tacere coloro che difendono ed esprimono la loro opposizione alle politiche dell’occupazione israeliana, inclusi i difensori dei diritti umani. Almeno 370 prigionieri palestinesi sono detenuti in base a tali ordini, su un totale di circa 4.500 prigionieri politici palestinesi. 

Il sostegno nei confronti di Khitam Saafin

Un gruppo di organizzazioni femminili progressiste nella regione araba, ha sollecitato il suo rilascio immediato. Ha dichiarato di “chiedere ai diritti umani e alle organizzazioni femminili nella regione, di cristallizzare una campagna di solidarietà regionale e internazionale per chiedere il rilascio del compagno Khitam e del resto dei prigionieri palestinesi”. Chiede inoltre un serio e reale sostegno nei confronti del movimento prigioniero palestinese. Rilevanti sono state anche le parole del membro del Parlamento europeo Manu Pineda. Il presidente della delegazione del parlamento per le relazioni con la Palestina, ha esplicitato una dichiarazione al Servizio europeo per l’azione esterna. Ha invitato il Servizio europeo per l’azione esterna e l’Unione Europea a “mobilitare le sue risorse diplomatiche per ottenere il rapido rilascio della signora Saafin e tutti gli altri cittadini palestinesi detenuti senza accuse formali”.

Chi è Khitam Saafin

Khitam Saafin è a capo dell’Unione dei Comitati delle donne palestinesi ed è anche membro del segretariato generale dell’Unione generale delle donne palestinesi. In precedenza ha ricoperto il ruolo di coordinatrice della sezione palestinese della marcia delle donne globali. È sostenitrice di un maggiore coinvolgimento delle donne palestinesi nella politica, con l’obiettivo finale di porre fine all’occupazione illegale israeliana. L’Unione dei Comitati delle donne palestinesi ha inoltre organizzato manifestazioni di solidarietà per sostenere le donne incarcerate e le loro famiglie. Ha inoltre rilasciato dichiarazioni che descrivono dettagliatamente le violazioni dei diritti umani israeliane.

Articolo di Beatrice D'Amico - metropolitanmagazine.it

domenica 3 gennaio 2021

Quotare in Borsa l'acqua è una minaccia ai diritti umani

 


È stato lo stesso Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo a esprimere grave preoccupazione  alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street.
«Arrojo-Agudo ha ricordato come l’acqua, bene essenziale per tutti gli esseri viventi e per la salute pubblica, sia un bene pubblico da mettere a disposizione di tutti, e come tale non può essere trattato come un qualsiasi altro articolo commerciale, come fosse oro, petrolio o altra merce quotata in Borsa» ha aggiunto il Forum italiano dei movimenti per l'acqua commentando ciò che sta accadendo.
«Questa risorsa fondamentale è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, in particolare quella mineraria, per di più a fronte di una emergenza climatica e sanitaria - ha proseguito il Forum - In tale contesto, dove ci si deve adoperare per preservare questa vitale risorsa, come movimento per l’acqua ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua perché convinti che la sua quotazione in Borsa come merce apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è stata denunciata come una grave minaccia ai diritti umani fondamentali. Cogliamo infine l’occasione per evidenziare come questa operazione speculativa rischi di rendere vana nei fatti la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua come peraltro ricordato dallo stesso Relatore a conclusione del comunicato».
Intanto al Chicago Mercantile Exchange, il più importante mercato finanziario del mondo tra quelli che si occupano di derivati e di commodity, sono cominciate le contrattazioni e sono stati venduti i primi contratti future che consentono agli investitori di scommettere sul prezzo dell’acqua sulla base del Nasdaq Veles California Water Index, un indice basato in California che determina il prezzo dell’acqua nello stato americano.

Fonte dell'articolo: terranuova.it